Sezione 4 · Alopecie Non Androgenetiche e Diagnosi Differenziale · Articolo 04.02

Alopecia areata: immunopatogenesi, dal collasso dell’immunoprivilegio alla via JAK-STAT

Direzione editoriale
Dir. Mario Luigi Pallaoro, Clinica Pallaoro, Padova
Revisione scientifica
Dott. Gianandrè Alvarez Pallaoro, chirurgo tricologico, Clinica Pallaoro
Target
Chirurghi plastici, dermatologi, tricologi, ricercatori e specializzandi
Livello di evidenza
Scienza di base studi genetici su larga scala, modelli murini e umanizzati, studi su follicoli umani; studi randomizzati di fase 3 per la conferma clinica del ruolo della via JAK-STAT
Ultimo aggiornamento
Ottobre 2026
Figura 4.2 — Follicolo in anagen nell’alopecia areata. L’infiltrato linfocitario circonda il bulbo, mentre il bulge con le cellule staminali resta risparmiato: per questo la perdita di capelli è potenzialmente reversibile e non lascia cicatrice.

1.Abstract clinico ed executive summary

L’alopecia areata è una malattia autoimmune organo-specifica, mediata dai linfociti T, che colpisce il follicolo in anagen1. Il presupposto è la perdita dell’immunoprivilegio del bulbo, la condizione che normalmente protegge il follicolo in crescita dal sistema immunitario2. I linfociti T citotossici CD8+ che esprimono il recettore NKG2D, sostenuti dall’interferone gamma e da citochine che agiscono attraverso la via JAK-STAT, attaccano il bulbo e provocano la caduta del capello4.

Per il chirurgo della calvizie l’alopecia areata è rilevante soprattutto come diagnosi differenziale. Le forme diffuse possono assomigliare a un telogen effluvium o a un’alopecia androgenetica, e una diagnosi mancata porta a un intervento non indicato. Il quadro clinico e il percorso diagnostico sono descritti nell’articolo dedicato; le terapie sono trattate nell’articolo 04.03.

  • Lo studio di associazione genomica su 1.054 pazienti e 3.278 controlli ha identificato otto regioni associate alla malattia, con geni dell’immunità adattativa e innata e ligandi del recettore NKG2D3.
  • Nel modello murino i linfociti T CD8+ NKG2D+ sono necessari e sufficienti per indurre la malattia4.
  • Gli inibitori delle JAK chinasi hanno prevenuto e invertito la malattia nel topo e hanno dimostrato efficacia in studi randomizzati di fase 3 nell’uomo4,5.
  • Il bersaglio è il bulbo, non il bulge: la nicchia staminale resta integra e la ricrescita è possibile6.

2.Anatomia microscopica e ultrastrutturale

L’immunoprivilegio del follicolo

Il follicolo in anagen gode di un relativo immunoprivilegio dal livello del bulge fino al bulbo2. Le cellule epiteliali di queste regioni esprimono poche molecole MHC di classe I e II, che servono a presentare gli antigeni ai linfociti T, e le cellule che presentano l’antigene sono scarse. Il follicolo produce inoltre fattori immunosoppressivi locali, come TGF-β1, α-MSH e IL-10, ed esprime Fas ligando, che può indurre l’apoptosi dei linfociti attivati. Il risultato è una zona in cui le proteine del follicolo, molte delle quali sono prodotte solo durante la crescita del fusto, restano nascoste alla sorveglianza immunitaria.

Il bersaglio: il bulbo in anagen

Nell’alopecia areata l’infiltrato di linfociti si concentra attorno al bulbo, con il quadro istologico descritto come “sciame d’api”. Il follicolo colpito entra precocemente in catagen e poi in telogen, oppure produce un fusto distrofico che si assottiglia verso la radice: è l’origine dei peli a punto esclamativo visibili alla tricoscopia. Nel follicolo in alopecia areata le molecole MHC di classe I e II sono espresse in tutto l’epitelio, compresa la parte vicina alla papilla dermica1.

Il bulge risparmiato

Nelle alopecie cicatriziali linfocitarie il collasso dell’immunoprivilegio colpisce invece il bulge, e la distruzione delle cellule staminali porta alla perdita definitiva del follicolo6. Nell’alopecia areata il bulge non è il bersaglio principale e la nicchia staminale sopravvive: per questo, anche dopo anni, i follicoli possono tornare a crescere quando l’infiammazione si spegne. La differenza tra le due sedi del danno è la ragione biologica della distinzione tra alopecia cicatriziale e non cicatriziale.

Tabella 4.2 — Sede del danno e conseguenze nell’alopecia areata e nelle alopecie cicatriziali linfocitarie
Caratteristica Alopecia areata Alopecie cicatriziali linfocitarie
Sede dell’infiltrato Bulbo in anagen Istmo e bulge
Immunoprivilegio perso Nel bulbo Nel bulge
Cellule staminali Conservate Distrutte
Esito Potenzialmente reversibile Perdita definitiva con fibrosi
Ruolo del trapianto Non indicato Possibile solo a malattia stabilmente inattiva

3.Dinamica molecolare e pathway di segnalazione

La genetica

Petukhova e colleghi hanno condotto il primo studio di associazione genomica sull’alopecia areata, con 1.054 pazienti e 3.278 controlli. Hanno identificato 139 varianti significative raggruppate in otto regioni. Alcune contengono geni che regolano l’attivazione e la proliferazione dei linfociti T regolatori, come CTLA4, IL2/IL21, IL2RA e IKZF4, insieme alla regione HLA; altre contengono geni espressi nel follicolo stesso, come PRDX5 e STX17. La regione con l’associazione più forte comprende i geni ULBP, che codificano ligandi del recettore attivatore NKG2D. L’espressione di ULBP3 è risultata fortemente aumentata nella guaina connettivale dei follicoli nelle lesioni attive3. Lo studio ha collocato l’alopecia areata tra le malattie autoimmuni e ha indicato un meccanismo specifico: l’aumento di segnali di pericolo che attirano cellule con il recettore NKG2D.

I linfociti T CD8+ NKG2D+

Xing e colleghi hanno dimostrato nel modello murino C3H/HeJ, che sviluppa spontaneamente una malattia simile all’alopecia areata umana, che i linfociti T CD8+ NKG2D+ sono necessari e sufficienti per indurre la malattia. L’analisi dell’espressione genica della cute del topo e dell’uomo ha mostrato una firma di linfociti T citotossici, una risposta all’interferone gamma e l’aumento di citochine della famiglia γc, come IL-2 e IL-15, che sostengono questi linfociti. Il blocco con anticorpi dell’interferone gamma, di IL-2 o del recettore di IL-15 ha prevenuto la malattia4.

La via JAK-STAT

I recettori dell’interferone gamma e delle citochine γc trasmettono il segnale attraverso le Janus chinasi (JAK) e i fattori di trascrizione STAT. Nel lavoro di Xing, inibitori di JAK1/2 o di JAK3 somministrati per via sistemica hanno eliminato la firma dell’interferone, prevenuto la malattia e invertito quella già in atto; tre pazienti trattati con ruxolitinib, un inibitore di JAK1 e JAK2, hanno ottenuto una ricrescita quasi completa entro cinque mesi4. La via JAK-STAT è così diventata il primo bersaglio terapeutico razionale della malattia, confermato dagli studi di fase 3 con baricitinib5.

Un circuito che si autoalimenta

Il modello attuale descrive un circuito. L’interferone gamma aumenta l’espressione di MHC e di ligandi di NKG2D nel follicolo, rendendolo visibile ai linfociti; i linfociti attivati producono altro interferone gamma; le cellule del follicolo producono IL-15, che sostiene i linfociti T2,4. Quando il follicolo entra in telogen, gli antigeni legati alla produzione del fusto scompaiono e l’attacco si attenua; quando il follicolo torna in anagen, il ciclo può ricominciare. È una delle spiegazioni del decorso a recidive.

Fattori scatenanti

Che cosa provochi il collasso iniziale dell’immunoprivilegio non è chiarito. Infezioni con produzione di interferoni, stress psicologico e mediatori neuroendocrini sono stati proposti come fattori scatenanti in individui geneticamente predisposti1,2. È probabile che una predisposizione genetica a un immunoprivilegio meno stabile renda alcune persone più vulnerabili2.

4.Fisiopatologia e correlazioni cliniche

Le forme cliniche

La forma più comune è a chiazze rotondeggianti, con cute integra e liscia. Le chiazze possono confluire fino all’alopecia totale del cuoio capelluto o a quella universale, che coinvolge anche il corpo3. Esistono forme che pongono problemi di diagnosi differenziale per il chirurgo: l’ofiasi, lungo il margine posteriore e laterale del cuoio capelluto, che colpisce proprio l’area donatrice; la forma diffusa, che si presenta come un diradamento generalizzato; e l’alopecia areata incognita, con caduta diffusa e acuta senza chiazze evidenti.

I segni da riconoscere

La tricoscopia mostra punti gialli, punti neri, peli a punto esclamativo, peli spezzati e peli corti in ricrescita7. Le alterazioni delle unghie, la perdita di sopracciglia o di ciglia e una storia familiare o personale di malattie autoimmuni sono indizi utili. Nei casi dubbi, la biopsia con sezioni orizzontali mostra l’infiltrato peribulbare e l’aumento dei follicoli in catagen e telogen.

Decorso

Il decorso è imprevedibile: molte chiazze isolate ricrescono spontaneamente, ma le recidive sono frequenti. Esordio in giovane età, forme estese, ofiasi e coinvolgimento delle unghie sono associati a una prognosi meno favorevole. La possibilità di ricrescita spontanea anche dopo lunghi periodi è un motivo in più per non trattare queste aree chirurgicamente.

5.Protocolli chirurgici e impatto sulla microchirurgia FUE

La conoscenza dell’immunopatogenesi spiega perché l’alopecia areata non è un’indicazione al trapianto. Le conseguenze pratiche sono queste.

  1. Il trapianto non corregge la causa. L’attacco immunitario è diretto contro il follicolo in anagen in quanto tale; nulla indica che i follicoli prelevati dalla zona occipitale siano protetti quando vengono spostati in un’area colpita. Inoltre i follicoli dell’area colpita sono di solito vivi e capaci di ricrescere.
  2. Escludere la malattia prima di ogni intervento. Le forme diffuse e l’alopecia areata incognita possono essere scambiate per un telogen effluvium o per un’alopecia androgenetica. La tricoscopia e, nei casi dubbi, la biopsia vanno eseguite prima di porre l’indicazione chirurgica, come descritto nell’articolo specifico.
  3. Valutare l’area donatrice. L’ofiasi interessa proprio la zona occipitale e temporale. Una storia di chiazze in questa regione rende l’area donatrice potenzialmente instabile.
  4. Considerare il trauma chirurgico. Il trauma e l’infiammazione locali sono stati proposti come possibili fattori scatenanti di nuove chiazze, ma i dati sono scarsi. In un paziente con storia di alopecia areata, anche un intervento per alopecia androgenetica richiede una valutazione individuale e un consenso informato specifico.
  5. Pazienti in terapia con inibitori JAK. Questi farmaci hanno avvertenze su infezioni gravi ed eventi tromboembolici. Un intervento chirurgico in corso di terapia richiede il coordinamento con il dermatologo che la prescrive, come descritto nell’articolo 04.03.

6.Medicina rigenerativa e trattamenti adiuvanti

La comprensione dell’immunopatogenesi ha trasformato la terapia. Fino a pochi anni fa i trattamenti erano corticosteroidi, immunoterapia topica e immunosoppressori non specifici. Oggi gli inibitori delle JAK chinasi agiscono direttamente sul circuito dell’interferone gamma e delle citochine γc. Negli studi di fase 3 BRAVE-AA1 e BRAVE-AA2, baricitinib ha prodotto una ricrescita clinicamente significativa in una parte consistente dei pazienti con forme gravi, rispetto al placebo5. I dati sulle diverse molecole, la loro efficacia e i rischi sono descritti nell’articolo 04.03.

Il plasma ricco di piastrine e altri trattamenti rigenerativi sono stati proposti anche per l’alopecia areata, con evidenze limitate. Il razionale è diverso da quello dell’alopecia androgenetica: qui il problema non è la miniaturizzazione ma l’attacco immunitario, e un trattamento efficace deve in primo luogo spegnere l’infiammazione.

7.Gestione del rischio e limiti

  • Diagnosi mancata. Il rischio principale per il chirurgo è operare un paziente con alopecia areata diffusa scambiata per un’altra condizione. L’esame tricoscopico dell’intero cuoio capelluto, delle sopracciglia e della barba riduce questo rischio.
  • Forme miste. Alopecia areata e alopecia androgenetica possono coesistere nello stesso paziente; la presenza della prima impone cautela anche nel trattamento chirurgico della seconda.
  • Modelli animali. Gran parte dei meccanismi è stata dimostrata nel topo C3H/HeJ e in modelli umanizzati4; la conferma nell’uomo viene dagli studi genetici e clinici3,5.
  • Recidive. La ricrescita, spontanea o farmacologica, non esclude recidive; la stabilità va valutata nel lungo periodo.
  • Aspetti psicologici. L’alopecia areata ha un impatto emotivo rilevante. La richiesta di un intervento chirurgico in queste condizioni va accolta con una spiegazione chiara delle ragioni per cui non è indicato e con l’invio a un percorso dermatologico adeguato.

8.Tips & Tricks clinici dell’équipe medica

  • Guardare oltre l’area che preoccupa il paziente. Una chiazza nella zona occipitale, nelle sopracciglia o nella barba può cambiare la diagnosi.
  • Diffidare delle cadute rapide e diffuse. Prima di attribuirle a un telogen effluvium, cercare i segni tricoscopici dell’alopecia areata.
  • Chiedere della storia personale e familiare. Malattie autoimmuni, episodi precedenti di chiazze o alterazioni delle unghie orientano la diagnosi.
  • Rimandare quando c’è un dubbio. Un intervento rinviato non è un danno; un intervento eseguito su un’alopecia areata attiva può esserlo.

— Impostazione metodologica dell’équipe di Clinica Pallaoro, Padova

9.Discussione critica e conclusioni

L’alopecia areata è uno dei casi in cui la ricerca di base ha portato in pochi anni a una terapia mirata. Il concetto di immunoprivilegio del follicolo e del suo collasso1,2, lo studio genetico che ha indicato il ruolo dei ligandi di NKG2D3 e la dimostrazione del ruolo dei linfociti T CD8+ NKG2D+ e della via JAK-STAT4 hanno portato agli studi clinici che hanno confermato l’efficacia degli inibitori JAK5.

Restano aperte domande importanti: quali siano gli autoantigeni del follicolo, che cosa scateni il primo collasso dell’immunoprivilegio e come prevenire le recidive dopo la sospensione della terapia. Per il chirurgo della calvizie, la lezione resta essenzialmente diagnostica. L’alopecia areata va riconosciuta prima di ogni intervento, perché il suo meccanismo, che colpisce il follicolo in crescita senza distruggerne la nicchia staminale, rende il trapianto inutile e potenzialmente dannoso.

10.Bibliografia scientifica annotata

  1. Gilhar A, Paus R, Kalish RS. Lymphocytes, neuropeptides, and genes involved in alopecia areata. J Clin Invest. 2007;117(8):2019-2027. JCIAlopecia areata come malattia autoimmune mediata dai linfociti T, con collasso dell’immunoprivilegio ed espressione di MHC nel follicolo.
  2. Bertolini M, McElwee K, Gilhar A, Bulfone-Paus S, Paus R. Hair follicle immune privilege and its collapse in alopecia areata. Exp Dermatol. 2020;29(8):703-725. DOIRevisione dei meccanismi passivi e attivi dell’immunoprivilegio e del suo collasso come prerequisito della malattia.
  3. Petukhova L, Duvic M, Hordinsky M, et al. Genome-wide association study in alopecia areata implicates both innate and adaptive immunity. Nature. 2010;466(7302):113-117. PubMedPrimo studio di associazione genomica: otto regioni, geni dei linfociti T regolatori e ligandi ULBP di NKG2D.
  4. Xing L, Dai Z, Jabbari A, et al. Alopecia areata is driven by cytotoxic T lymphocytes and is reversed by JAK inhibition. Nat Med. 2014;20(9):1043-1049. PMCRuolo dei linfociti T CD8+ NKG2D+, della risposta all’interferone gamma e della via JAK-STAT; reversibilità con inibitori JAK.
  5. King B, Ohyama M, Kwon O, et al. Two phase 3 trials of baricitinib for alopecia areata. N Engl J Med. 2022;386(18):1687-1699. PubMedStudi randomizzati BRAVE-AA1 e BRAVE-AA2 su baricitinib nelle forme gravi.
  6. Harries MJ, Paus R. The pathogenesis of primary cicatricial alopecias. Am J Pathol. 2010;177(5):2152-2162. PMCDistruzione del bulge e collasso dell’immunoprivilegio nelle alopecie cicatriziali, a confronto con l’alopecia areata.
  7. Rudnicka L, Olszewska M, Rakowska A, Kowalska-Oledzka E, Slowinska M. Trichoscopy: a new method for diagnosing hair loss. J Drugs Dermatol. 2008;7(7):651-654. PubMedIntroduzione sistematica della tricoscopia nella diagnosi delle alopecie.

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